Un Eremo fra tre paesi: San Luca, la Selvaggia e l’Eremita
Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per sfuggire ai confini tracciati dagli uomini. L’Eremo di San Luca è uno di questi. Nascosto tra rocce e boschi dell’Alto Molise, questo antico luogo di raccoglimento custodisce una particolarità davvero singolare: amministrativamente ricade nel territorio comunale di Sant’Angelo del Pesco, ecclesiasticamente appartiene alla parrocchia di Pescopennataro, mentre il suo ultimo eremita, agli inizi del Novecento, era un uomo di Capracotta.
Tre comunità, dunque, si incrociano nella storia di pochi metri di roccia, legno e silenzio. Il legame con Pescopennataro vive ancora oggi in una tradizione religiosa profondamente sentita. Ogni anno, il 10 settembre, la gente di Pescopennataro raggiunge devotamente l’Eremo per prendere il quadro di San Luca e portarlo, in processione e a piedi, fino al paese. Il 18 ottobre, festa di San Luca Evangelista, il quadro viene nuovamente accompagnato a piedi dalla comunità fino all’Eremo. Un viaggio di andata e ritorno che si ripete ogni anno e che unisce fisicamente il paese alla montagna, mantenendo vivo un rapporto di devozione che attraversa le generazioni. Il quadro lascia per alcune settimane la solitudine dell’Eremo, raggiunge la comunità e poi torna nella sua dimora tra le rocce e i boschi.
A riportarci ancora più indietro nel tempo sono anche le memorie del Cav. Giovanni Paglione, che tra le diverse attività fu anche cronista e pioniere della fotografia a Capracotta.
Ed è proprio all’inizio del suo primo manoscritto che compare una storia che sembra uscita da un romanzo. La protagonista è una sua zia, Cam, affettuosamente chiamata “Cammuccia” per la bassa statura e soprannominata “la Selvaggia”, o semplicemente “Salvaggia” in dialetto. Era una donna fuori dal comune. Amava trascorrere intere giornate nella natura e soprattutto nei boschi, vivendo quegli spazi con una libertà che all’epoca doveva apparire ancora più sorprendente. Non temeva quasi nulla e, secondo il racconto tramandato nel manoscritto, era capace persino di difendersi e tenere lontani lupi e cani randagi incontrati in campo aperto. Il destino volle che proprio “la Selvaggia” incontrasse un uomo che aveva scelto il bosco e la montagna come propria casa. Si chiamava Gaetano Fiadino ed era di Capracotta. È ricordato come l’ultimo eremita di San Luca.
Gaetano aveva trasformato quel riparo naturale sotto la roccia in una dimora essenziale. Vi aveva ricavato un camino, sistemato due letti a castello utilizzando assi di legno e costruito con altro legname una sorta di parete-staccionata verso l’esterno. Una casa poverissima secondo i criteri moderni, ma inserita perfettamente nell’ambiente che la circondava. L’eremita viveva soprattutto di ciò che riusciva a procurarsi nei boschi: erbe, nocciole e altri prodotti spontanei. Di tanto in tanto percorreva i sentieri verso Capracotta e Pescopennataro, dove chiedeva quella che un tempo veniva chiamata “la lusinga”: un’offerta di cibo. E a un uomo che aveva scelto una vita tanto austera non si negavano un pezzo di pane e qualcosa con cui accompagnarlo.
Poi accadde qualcosa che rende questa storia ancora più straordinaria. Gaetano incontrò Cammuccia. La Selvaggia incontrò l’Eremita. E i due si innamorarono fino a sposarsi. Una vicenda consegnata alla memoria familiare che possiede tutti gli elementi di un racconto d’altri tempi: una donna insofferente alle convenzioni e innamorata dei boschi, un eremita che vive isolato sotto una parete di roccia e, sullo sfondo, le montagne dell’Alto Molise agli inizi del Novecento. Quasi un film. E il titolo sembra già scritto: “La Selvaggia e l’Eremita”.
Ancora oggi l’Eremo di San Luca è visitabile. Il piccolo complesso, formato dal riparo, dalla grotta e dalla chiesetta dedicata all’Evangelista, continua a raccontare una storia molto più grande delle sue dimensioni.

