Nella fotografia, scattata dal Cav. Giovanni Paglione a Capracotta nei primi anni del Novecento, vediamo un gruppo di uomini e ragazzi riuniti attorno al corpo di un lupo morto, appeso come trofeo a un lampione. I volti dei bambini esprimono stupore di fronte alla grandezza dell’animale, mentre gli adulti mostrano un sorriso di sollievo: a quel tempo, il lupo rappresentava una minaccia costante per le greggi e la popolazione. Il cacciatore, autore dell’impresa, veniva ricompensato con piccoli doni in natura dalla comunità riconoscente.
Dopo la distruzione di Capracotta durante la Seconda guerra mondiale, non è più possibile individuare con esattezza il luogo dello scatto.
Alla demonizzazione del lupo contribuì anche la religiosità medievale. Il Cristianesimo, religione “pastorale”, identifica il sacerdote come pastore e i fedeli come gregge: in questa prospettiva, il lupo diventa simbolo del male perché è il nemico del gregge e, quindi, per estensione del popolo di Dio. È probabilmente in questo contesto culturale che si diffuse, anche a Capracotta, la credenza secondo la quale chi fosse venuto al mondo nella notte di Natale sarebbe diventato un “lupo mannaro” -dal latino lupus hominarius, “lupo che si comporta come un uomo”-, un essere sospeso tra l’umano e il bestiale, tra il divino e il demoniaco.
Il Natale, infatti, era (ed è) il giorno consacrato alla nascita di Gesù: solo il Salvatore poteva nascere in quella notte. La nascita di un altro bambino in quella stessa data rompeva l’ordine simbolico e religioso, suscitando il sospetto di una colpa o di un segno maligno. Così, quel neonato veniva percepito come l’antitesi di Cristo, l’immagine rovesciata del Bene: un essere predestinato a incarnare la parte oscura del mistero della vita, il “lupo” contrapposto all’Agnello di Dio.
Francesco Di Rienzo

