Come ho già avuto occasione di raccontare, sono stato felice di trascorrere i giorni di fine anno 2025 e i primi del 2026 a Capracotta ma sarei noioso se, ancora una volta, tornassi a parlare della mia emozione: accresciuta stavolta dal fatto che, dopo tanto tempo, mi son trovato in paese nel momento della prima nevicata; nonostante il freddo infatti, essendo già notte avanzata, sono rimasto a lungo con la finestra aperta godendo immensamente di quello che mi piace tanto definire “il silenzio della neve fresca”.
Ricordando così le diverse occasioni del passato in cui, come stregato dalla sua magia, mi comportavo come un bambino, ho avuto l’impressione di risentire gli amici con la loro scherzosa ironia per l’incredibile entusiasmo che il mio ambiente ha sempre avuto la capacità di suscitare in me; il giorno seguente poi, da vecchio medico a riposo, mi è venuto in mente il breve componimento di Giuseppe Ungaretti intitolato “Camice di neve”, che recita testualmente:
“Vorrei imitare
questo paese,
adagiato
nel suo camice
di neve”.
Sembrerà infatti inconcepibile ma, affacciandomi di nuovo alla finestra, mi ha talmente affascinato il candore di quello scenario che mi pareva di indossare davvero quel camice bianco; e soprattutto, quasi per incanto, mi ha pervaso una piacevole sensazione di tranquillità interiore, com’era accaduto pochissime altre volte negli ultimi, difficili anni.
Così riflettevo al significato simbolico di “pace” che, da sempre, anche molti poeti hanno attribuito alla montagna e alla neve, mentre ero sorpreso di quanto mi sentissi in armonia con me stesso e con gli altri; per singolare coincidenza, poi, ho avuto occasione di ascoltare una trasmissione televisiva dedicata, tra l’altro, al distensivo effetto psicologico dei nostri fiabeschi paesi. E mi sono sforzato di cercare una parola, un solo aggettivo che esprimesse quel mio felice stato d’animo, ma ho avuto l’impressione che nessuno, tra quelli più noti, fosse adeguato; finché, nei giorni successivi, mi è capitato di leggere un bellissimo editoriale di Patrizio Lo Votrico dedicato alla parola “irenico”: un termine dal greco antico “εἰρηνικός” (eirenikos), a sua volta derivato dal sostantivo “εἰρήνη” (eirene) che vuol dire “pace”. Non lo avevo mai sentito pronunciare prima d’ora pur sapendo bene, dalla mitologia che “Irene”, figlia di Zeus, era la raffigurazione divina della pace e soprattutto che questa parola è molto diffusa anche come nome proprio di persona, in genere a prevalenza femminile.
Pur essendo ora molto lontani gli anni del liceo, ricordavo a memoria il bellissimo “Discorso della montagna” scritto in greco antico dall’Evangelista San Luca (6,20-26) e, in particolare, il versetto che dice:
“Μακάριοι οἱ εἰρηνηποιοί, ὅτι υἱοὶ Θεοῦ κληθήσονται”
(Makarioi hoi eirenepoiói, hóti huioí Theoû klethesontai),
che significa:
“Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.
Non avevo invece, minimamente immaginato che esistesse l’aggettivo “irenico” con una particolare, non meno articolata e significativa accezione in diversi ambiti culturali e istituzionali; non è casuale infatti che, leggendo l’articolo che citavo, mi abbiano impressionato le seguenti affermazioni:
“C’è qualcosa di particolarmente bello nel recuperare parole poco conosciute come questa. In un’epoca caratterizzata da polarizzazione, polemiche feroci sui social media, divisioni politiche e culturali sempre più marcate, disporre di un termine specifico per indicare l’atteggiamento contrario – quello che cerca ponti invece di muri, convergenze invece di divergenze, dialogo invece di scontro – ha un valore quasi terapeutico”.
Senza quindi addentrarmi in un difficile discorso filosofico, che pure la parola consentirebbe, credo proprio che “atteggiamento irenico” voglia dire propensione al dialogo costruttivo e alla grande concordia: il che è quanto di più bello io possa augurarmi per il caro paese in cui sono nato; mi piacerebbe molto, in altri termini che, recuperando serenità e distensione dall’ambiente di Capracotta, finissimo tutti per restarne contagiati: assumendo cioè, o migliorando uno stile di comportamento che si sforza di trovare elementi sempre nuovi di amicizia e di riconciliazione. Mai forse, come in questo momento, ce ne sarebbe bisogno nel mondo essendo provato che la conquista della pace dovrebbe iniziare da quella interiore di ciascuno di noi.
A conclusione del mio pensiero mi piace ricordare che, proprio in questi giorni, il nostro paese ha nuovamente ottenuto il prestigioso riconoscimento nazionale di “Comune plastic free”, a dimostrazione del suo lodevole impegno contro l’inquinamento; d’altro canto sono già diverse, e sempre più numerose, le voci che plaudono alla sua proverbiale salubrità ambientale. Sarebbe bellissimo perciò se di pari passo, in un provvidenziale circuito virtuoso, tutti potessimo migliorare anche sul terreno della concordia e della solidarietà; ma, lungi dall’apparire un ingenuo idealista, sono certo che anche e soprattutto in tempi così difficili, le nostre radici e le nostre montagne abbiano ancora molto da insegnarci: specie in tema di “salubrità morale” e confesso che mi riempirebbe di gioia veder comparire prima o poi, magari aggiunto alle insegne stradali di Capracotta, un altro lusinghiero titolo: quello di “Comune irenico”.
Aldo Trotta

