Le magnifiche coturnici del “Passo della Regina” …a Capracotta

Di recente ho avuto occasione di scrivere un breve commento al racconto autobiografico di un nostro famoso concittadino, un insegnante dai multiformi interessi culturali e sportivi: il cavalier Giovanni Paglione che tra l’altro, nel 1914, aveva fondato, a Capracotta, uno dei primi Sci Club; e una tra le tante sue memorie mi ha particolarmente colpito, tanto più essendo stato anch’io, in anni giovanili, un appassionato cacciatore come lui.

La descrizione tuttavia, da cui ho preso spunto, non si riferisce alla caccia, ma a un antico metodo di cattura delle coturnici ideato dal caro Giovanni, che avveniva per mezzo dei cosiddetti “cacchiuoli’: una particolare forcella ricavata da un ramo di vimini diviso in due bracci, uno più lungo e rivestito dalla scorza, e il secondo liscio; ad essi poi, sfruttando la loro elasticità, si sovrapponeva una pietra sottile che copriva una fossetta scavata nel terreno e contenente dell’orzo o del grano come esca. Accadeva così che, con il tramestio delle ali sui cacchiuoli, la coturnice li facesse scattare lasciando cadere sulla buca la pietra che, alla fine, la imprigionava senza recarle alcun danno.

E oggi, cogliendo l’occasione, il mio pensiero è tornato ad una mia indimenticabile esperienza con questo magnifico volatile definito spesso la “regina delle rocce” di cui, una volta, il territorio montuoso di Capracotta era ricchissimo.

La “Coturnice comune” (Alectoris graeca) è la più diffusa specie europea, lunga circa 35 cm con un’apertura alare di 50-55 cm, striati e di essa esistono le seguenti sottospecie:

  • Alectoris graeca saxatilis, presente sull’arco alpino, in Slovenia e nell’Appennino settentrionale.
  • Alectoris graeca whitakeri, la coturnice della Sicilia
  • Alectoris graeca orlandoi: presente nell’Appennino meridionale e quindi anche in Abruzzo e Molise

Il suo piumaggio è grigio sul dorso, con sottogola bianco segnato da una caratteristica “V” o collare nero, mentre il ventre presenta bande grigie, nere e rossicce; il verso della coturnice è come un suono metallico, ritmico e stridente, descritto come un “ciuck-ciuck-ciuck” che io ho avuto il privilegio di ascoltare un paio di volte: una delle quali proprio durante la battuta di caccia sulle pendici del Colle San Nicola (foto in alto, ndr), a Capracotta, che sto per raccontare. Con mio cugino Ezio e altri due congiunti lo avevamo raggiunto appena dopo l’alba e fu grande la sorpresa perché poco più tardi, appena liberati i cani, un’intera brigata di coturnici prese d’improvviso il volo senza che avessimo neppure la possibilità di avvicinarci né, tanto meno, di sparare. Credemmo così di non avere altre possibilità per quel giorno sebbene i cani, molto eccitati, proseguissero la loro frenetica ricerca lungo il versante della montagna; erano tre splendidi esemplari, un “bracco tedesco”, un “setter inglese” e un “setter scozzese” che, in pochi minuti, ci portarono oltre la sottostante strada provinciale, fino a un impervio canalone denominato “Passo della Regina”. Eravamo convinti che le coturnici si fossero spinte molto più in basso, nel fondovalle, quando vedemmo i cani arrestarsi di colpo in quella che tecnicamente, si chiama “ferma di consenso”.

Si tratta dell’immobilità assoluta di un cane quando vede un altro cane già in posizione di punta su di un selvatico; perciò, muovendoci con estrema cautela in quel terreno scosceso, cercammo di collocarci nella miglior posizione possibile; ma, dopo pochi secondi, una brigata di 7-8 coturnici si levò in volo con un rumore che pareva quello delle pale di un elicottero e tutti i colpi dei nostri fucili andarono a vuoto: eravamo troppo emozionati e, forse, quasi incantati da quello spettacolo!

Da allora non ho più sparato alle coturnici e comunque dopo qualche anno, pur restando immutata la mia passione, avevo abbandonato lo sport della caccia; nei decenni successivi, oltre tutto, l’attività venatoria aveva sofferto di una progressiva deregolamentazione, fino all’attuale declino: il che, tutto sommato, ha reso meno penalizzante la mia sofferta decisione.

Nello scorso mese di luglio ho avuto occasione di costeggiare il “passo della Regina” in automobile e mi sono fermato per ammirare dalla strada, in tutto il suo splendore, l’estesa fioritura gialla delle ginestre; così, mentre mi tornava in mente che il nome di quella località deriva da una visita in zona della Regina di Napoli Giovanna II nel XV° secolo, è stato ancora una volta il maestoso volo di una coppia di poiane ad attirare la mia attenzione.

Ora è davvero triste che le coturnici, come diverse altre specie di selvatici, siano pressoché scomparse anche dal territorio di Capracotta: ma non se ne può certo far colpa alle poiane sebbene, condividendo lo stesso habitat, ne fossero abilissime predatrici naturali; ed io sono altrettanto sicuro che la responsabilità di tale depauperamento non si possa neppure attribuire alla caccia: la cui pratica oltre tutto, che lo si voglia o no, è in costante, progressivo declino. 

È scontato, infine, che anch’io mi consideri innocente in ambito ecologico unitamente, io credo, a quella di tantissimi appassionati, ma abbastanza inoffensivi cacciatori del passato come me; secondo gli esperti la drastica rarefazione di questo magnifico volatile sembra piuttosto dovuta all’impoverimento qualitativo e quantitativo degli ambienti naturali per enorme incremento della presenza umana e del conseguente, multiforme cambiamento nelle attività agricole, zootecniche e forestali: senza contare, poi, i gravi e diffusi problemi di inquinamento e la crisi climatica mondiale.

Perciò la sopravvivenza stessa delle coturnici è attualmente affidata a diversi piani nazionali e regionali istituiti presso i parchi, compreso quello del Lazio, Abruzzo e Molise: per cui faccio voti di grande e duraturo successo; intanto, consapevole di essere in contrasto con il pensiero animalista più intransigente e sebbene possa apparire paradossale, io continuo a pensare che:

“La caccia, eticamente praticata (come si faceva nelle nostre regioni una volta), è l’antitesi della distruzione: al contrario essa è conservazione attiva, conoscenza profonda e silenziosa devozione verso il mondo naturale”.

Aldo Trotta