In occasione della consegna del Premio “Agnone del Molise contro lo spopolamento” alla Caritas diocesana di Trivento, il direttore don Alberto Conti ha tenuto un intervento intenso e profondo sul tema dello spopolamento e dell’impegno per il futuro delle nostre comunità. Riceviamo e pubblichiamo di seguito il testo integrale della sua relazione.
Un grazie di cuore a Domenico Lanciano e al Comune di Agnone, al sindaco Domenico Saia, al vice sindaco Nino Di Nucci, per il conferimento alla Caritas diocesana di Trivento di questo premio “contro lo spopolamento”. Un saluto e un grazie a tutti voi presenti in questa aula comunale.
Grazie, Domenico, per la tua passione e per l’impegno con cui porti avanti le tematiche legate al nostro territorio. Grazie anche per la scelta, saggia e significativa, di attribuire questo riconoscimento non a una singola persona, ma anzitutto alla Caritas e, solo in seguito, a chi la rappresenta. Perché la storia della Caritas non nasce mai da un “io”, ma sempre da un “noi”: nasce dal volto e dalle mani di tanti volontari, dagli operatori che, in questi lunghi anni – il prossimo anno ricorrerà il 50º anniversario della Caritas di Trivento – hanno cercato di rispondere con fatti concreti alle povertà presenti, non solo nel nostro territorio diocesano, ma anche in tante altre parti del mondo.
Per fare un esempio, su indicazione del parroco di Gaza, padre Gabriel, con cui siamo in contatto fin dall’inizio della guerra – un conflitto che semina morte e distruzione, prima con gli attacchi di Hamas e oggi ricorre il triste secondo anniversario e poi con la risposta di Israele, che sta colpendo duramente la popolazione civile – la Caritas di Trivento, attraverso la Caritas di Gerusalemme, in questi giorni ha potuto acquistare pannolini, latte e vitamine per i bambini di Gaza e 700 coperte per i profughi della parrocchia di Gaza.
Il tempo che viviamo è un tempo molto difficile, è difficile per la violenza delle armi ma anche per la violenza delle parole. Mi ha colpito il presidente Trump che ha dichiarato che, se non verrà accettato il programma di pace – e noi speriamo che venga accettato – da lui proposto, “aiuteremo Israele a finire il lavoro”. Ebbene, vorrei ricordargli che il vero lavoro è tutt’altro: è un’arte nobile, che eleva l’essere umano, gli dona dignità, ne favorisce la crescita personale e lo rende capace di realizzare pienamente il proprio potenziale, contribuendo così al bene comune. Il lavoro autentico non porta distruzione e morte, ma genera vita.
C’è aria di morte nel mondo, a Gaza, in Ucraina, ma non dimentichiamo le tante, tante guerre che insanguinano questa nostra Terra e di cui nessuno ne parla, i conflitti dimenticati. Sono ben 56 i conflitti oggi nel mondo di cui nessuno parla.
La vocazione della Caritas è quella di saper ascoltare la voce sofferente di tutti, il grido di tutti a cominciare da questo nostro territorio per avere uno sguardo aperto sul mondo, là dove la dignità dell’uomo viene ferita, negata, calpestata. Non vi nascondo che tante volte mi è stato detto: “Occupatevi di dare da mangiare ai poveri, perché vi interessate anche di altri problemi?”. La risposta sta nella nostra stessa identità: il nostro statuto, infatti, all’articolo 1 ci affida la missione di “promuovere la testimonianza della carità… in forme consone ai tempi e ai bisogni, per favorire lo sviluppo integrale della persona, della giustizia sociale e della pace, con un’attenzione particolare agli ultimi e con una prevalente funzione educativa”.
Devo confessarvi che questo premio avrei preferito non riceverlo, perché ci ricorda una realtà drammatica che non siamo riusciti a ribaltare: lo spopolamento e la progressiva desertificazione dei nostri paesi. Una ferita che continua a segnare le nostre comunità, che spegne le luci e svuota le case dei nostri paesi, spegne i sogni, toglie prospettiva ai nostri giovani e intristisce la vita degli anziani, e tutto questo genera la crisi delle comunità dove giorno dopo giorno si sfilacciano quelle belle relazioni che erano il cemento della nostra vita comunitaria, paesana.
Ma questo riconoscimento non deve rimanere solo memoria di un problema, che anno dopo anno, diventa sempre più drammatico: deve diventare un appello. Un appello a noi tutti, alle istituzioni, alle famiglie, ai giovani stessi, affinché insieme possiamo provare ancora ad invertire questa rotta e ridare vita, speranza e futuro ai nostri territori. Ma deve diventare soprattutto un appello alla “politica”, perché sia chiaro a tutti: certamente, noi tutti possiamo e dobbiamo impegnarci: non possiamo restare alla finestra a guardare quello che accade, né nelle nostre piazze né in quelle del mondo.
Ma i grandi temi che ci toccano da vicino – lo spopolamento, la mancanza di servizi adeguati, il diritto all’uguaglianza dei cittadini in qualunque parte d’Italia abitino, come sancito dalla nostra Costituzione e dal Vangelo di Gesù Cristo di cui sono discepolo – sono affidati alle donne e agli uomini che i cittadini hanno scelto per fare una politica che costruisca il bene di tutti. Questo era il nostro “Stato sociale” che in questi ultimi anni, pezzo dopo pezzo, stanno distruggendo. Uno “stato sociale” che era nato da una politica che, sia pur con tanti limiti, non era un esercizio di potere, ma servizio.
Qui, nella terra del senatore Remo Sammartino, vale la pena ricordare le sue parole scritte nel testamento spirituale. Egli raccontava di come, in rappresentanza del Governo, ebbe l’onore di accompagnare papa Paolo VI nei suoi viaggi intercontinentali dall’aeroporto di Fiumicino, e di come il Papa definisse la politica “arte sublime del servire”. Sammartino stesso seppe incarnare questo principio. Ricordava, ad esempio, che negli anni in cui era parlamentare l’autostrada per Roma si poteva imboccare solo da Cassino. Per un rappresentante politico del Molise, questa situazione era inaccettabile. Così si recò personalmente, con determinazione e decisione, dal ministro dei Trasporti per chiedere un’uscita autostradale anche per il Molise: quella che oggi conosciamo come San Vittore. Senza il suo impegno, ancora oggi saremmo costretti a raggiungere Cassino per prendere l’autostrada. Questo è un esempio di cosa significhi “servire”, fare politica per il proprio territorio. Oggi qualche rappresentante politico del Molise è andato dal ministro dei Trasporti per dire nel Molise non ci sono treni per andare a Roma e Napoli?
Negli ultimi anni, invece, abbiamo visto, solo per fare un esempio, sul ponte Sente, tante passerelle, tante sfilate di esponenti politici di ogni colore con tante promesse e, fino ad oggi, nessun fatto concreto. Lo stesso destino, purtroppo, lo vediamo nel nostro ospedale.
Ogni volta che penso al ponte e all’ospedale, mi viene in mente un fatto di qualche anno fa, quando tornando dalla benedizione delle case in campagna, subito dopo la festa di Pasqua, insieme al mio sacrestano che si chiamava Adamo, persona semplice, umile, profondamente onesto, una signora ci comunicò la morte di una persona.
Allora dissi ad Adamo di suonare le campane a morto – allora si suonavano ancora a mano, con la corda – per annunciare la morte della persona, mentre io rientravo a casa. Sentii solo due, tre rintocchi di campana e poi il silenzio. Mentre pensavo a che cosa fosse successo, senti la voce di Adamo che correndo verso di me ripeteva: “Non è morta più, non è morta più” perche al primo rintocco di campana, il venditore di casse da morto era andato subito ad informarsi chi era deceduto e quando il povero Adamo gli disse il nome, lui, ben informato, gli disse: non è ancora morta, ma sta male. Questo fatto mi fa pensare come ogni volta che da anni si parla della chiusura del nostro ospedale, arriva il politico di turno e il dirigente dell’Azienda, per dire di stare tranquilli che ciò non risponde a verità e quindi, come il povero Adamo, abbiamo ripetuto per anni: l’ospedale non chiude più e il ponte Sente fra un anno riapre perché così ha promesso il politico, mentre poi nelle stanze del potere si decideva quello che oggi è sotto i nostri occhi. E’ vero che nel passato abbiamo fatto qualche protesta, eravamo più motivati, ma poi ci siamo rassegnati e forse anche fidati del politico di turno.
Se questa terra – come molte altre della nostra splendida Italia – sta correndo verso la desertificazione, è anche la responsabilità di ciascuno di noi, diceva don Lorenzo Milani queste parole oggi più che mai attualissime: “le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”, quindi accanto alla nostra responsabilità (andare a votare è importante perché è lì che si sceglie…) c’è lsa responsabilità e la colpa di una politica indegna di questo nome, a servizio di una finanza miope, che ha scelto di concentrare lo sviluppo in alcune aree, abbandonando i paesi di montagna. Così, “ieri”, per mancanza di lavoro, tanti giovani furono costretti a partire senza più tornare.
Ho detto “ieri” perché oggi sul tema del lavoro dobbiamo fare una seria riflessione perché non sempre, infatti, il lavoro manca davvero. La nostra esperienza degli ultimi anni ci dice che esistono opportunità di lavoro, ma serve con urgenza educare i giovani a una vera cultura del lavoro: lavoro come impegno, responsabilità, anche sacrificio.
Occorre stimolare la nascita di cooperative, perché non si cresce da soli, ma insieme… Da anni come Caritas portiamo avanti un progetto sotto il titolo “Resto nella mia terra” per promuovere fra i giovani opportunità di lavoro, ma con poco successo, per promuovere, per esempio, cooperative di assistenza agli anziani, ai malati. È importante che oggi anche nei nostri paesi – per piacere torniamo a chiamarli paesi e non borghi – dobbiamo ricucire il tessuto sociale, combattere con determinazione il grande male della solitudine e dell’indifferenza. Un tempo nei paesi nessuno era solo: oggi dobbiamo tornare a costruire comunità che sappiano farsi carico di ciascuno, con rispetto per la vita di tutti.
Concludo: quando nel 1992 realizzammo la prima indagine nella diocesi di Trivento e scoprimmo, accanto alle tre povertà conosciute – quella materiale, quella relazionale e quella esistenziale – un quarto volto, quello dello spopolamento, i nostri ricercatori ci avvisarono senza giri di parole: se non ci sarà un’inversione di tendenza, molti paesi della diocesi scompariranno. Noi ogni tre anni abbiamo aggiornato i numeri che oggi sono davanti a noi impietosi: nel 1990 gli abitanti residenti nei quaranta comuni erano 51.484, a fine anno 2024 i residenti sono 32.197, in 34 anni la diocesi ha perso 19.287 abitanti, ma il dato ancora più preoccupante è che dei 32 abitanti di oggi, il numero degli anziani, che hanno superato i 65 anni è di 10.355, mentre i nati solo 143. Abbiamo predisposto una scheda che vi sarà consegnata, insieme a alcune proposte concrete. Riteniamo infatti che non sia sufficiente limitarsi a denunciare i problemi: è necessario avanzare anche delle soluzioni, come abbiamo sempre fatto. Già nel 2014, per ben due volte, invitammo i presidenti regionali di Abruzzo e Molise, insieme alle rispettive giunte, affinché si impegnassero sui punti che oggi vi presentiamo. Purtroppo, però, senza alcun risultato.
Quando pubblicammo la prima indagine ci chiedemmo: è ineluttabile che fra 40 anni molti paesi non ci saranno più? Possiamo invertire la rotta? La risposta è stata: non basta l’impegno della Chiesa, della Caritas e di altre istituzioni, ma occorre ridare dignità alla parola “politica”, perché rimetta al centro la persona umana e i diritti uguali per tutti, quei diritti che sono scritti nella nostra bella carta Costituzionale e nella dottrina sociale della Chiesa.
Per questo abbiamo fondato la Scuola di Formazione all’Impegno Sociale e Politico “Paolo Borsellino”, la prima scuola nata in Italia, subito dopo la strage di Palermo del luglio 1992. Quando la speranza sembrava finita, abbiamo capito che bisognava ripartire dalle ferite, rimarginarle, e formare nuove coscienze.
Fu proprio quella prima indagine della Caritas, e qui lo dico pubblicamente per la prima volta perché fui proprio io a redigere il documento inviato alla segreteria di Stato del Vaticano, che ispirarono le parole che restano ancora oggi attuali e profetiche di papa Giovanni Paolo II, pronunciate qui ad Agnone, il 19 marzo 1995:
“Sarà doveroso progettare la qualità del territorio, superando la tentazione di emarginare, rispetto ai servizi essenziali, le zone più ferite dall’emigrazione e dallo spopolamento. Solo ripristinando dappertutto condizioni di vita ottimali si consentirà a ciascuno di rimanere nella terra dei suoi avi e nella sua casa. Si tratta di problemi che vanno risolti alla luce di una forte cultura della solidarietà e della giustizia: non si promuove vero progresso se si abbandonano a se stessi i più piccoli e gli ultimi.”
E concluse con un invito che è anche una consegna per noi: “Non arrendetevi di fronte ai gravi problemi del momento e non rinunciate a progettare il vostro futuro!”
Quelle parole sono diventate per noi una bussola. Non un ricordo lontano, ma un programma di vita: continuare a lavorare perché nessuna comunità venga abbandonata, perché la solidarietà e la giustizia restino le radici di ogni vero progresso, perché la speranza non sia mai estinta.
Sant’Agostino diceva una cosa bellissima: la speranza ha due figli: l’indignazione e il coraggio. L’indignazione serve a riconoscere ciò che non va, ciò che non possiamo e non dobbiamo tollerare.
Il coraggio, invece, serve a dire: “questa realtà non mi basta, non la accetto così com’è, e per questo mi impegno per cambiarla”. Sono parole antiche, ma profondamente attuali.
Viviamo in un tempo in cui l’indifferenza rischia di diventare la regola, in cui il dolore degli altri sembra spesso lontano, quasi invisibile.
Eppure, la misura di una società non si valuta solo dal suo sviluppo economico o tecnologico, ma dalla sua capacità di non voltarsi dall’altra parte.
Ci sono momenti nella vita – come ci ricorda don Luigi Ciotti – in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Sono i momenti in cui la coscienza ci chiede di non rimanere neutrali, perché il silenzio, a volte, pesa più delle parole. Per questo la Caritas di Trivento continua a dare voce a chi non ne ha, a denunciare ingiustizie, a costruire comunità fondate sull’ascolto, sulla dignità e sul rispetto reciproco.
È un impegno che nasce da una parola antica e sempre nuova del Vangelo, quando alcuni farisei dissero a Gesù:
“Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. E Gesù rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”.
Oggi, più che mai, sentiamo il dovere di non tacere. Di far parlare le coscienze, di unire le nostre voci -civili, religiose, istituzionali – perché nessuno resti invisibile, perché nessuno venga dimenticato. Abbiamo bisogno di una speranza concreta, fatta di gesti, di responsabilità e di prossimità.
Una speranza che non sia un’illusione, ma un impegno condiviso con l’indignazione che ci apre gli occhi, e il coraggio che ci mette in cammino. Per la salvezza di tutti e per la salvezza del corpo e dell’anima.
Grazie
Don Alberto Conti
Direttore Caritas di Trivento

